Nell’ultimo numero di Bridge World, ho letto che…

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 The Bridge World magazine raccontato da  Paolo Garrisi

Gli editori Henry Copeland e Herbert De Bower un giorno bussarono alla porta di Ely Culbertson, a New York; volevano proporgli una serie di articoli di base, un affare di pochi dollari per un lavoro da copista o poco più. Ely però era di parere differente:

“Signori – disse – come volete fare un milione di dollari?”, e iniziò ad esporre idee ed idee.

“Parlai con tanta convinzione” – scrisse Culbertson nella sua biografia – “che De Bower fu impressionato dalla mia assoluta determinazione, se non dalla mia logica”.

“Mr. Culbertson” – chiese l’editore – “Siamo pratici: quale sarebbe il suo primo passo?”

“Anzitutto”, stabilii, “dobbiamo lanciare una rivista di bridge”.

 

In ottobre del 1929 nacque Bridge World; pesava trentadue pagine. Da quel giorno, milioni e milioni di giocatori di bridge hanno detto o scritto: “Nell’ultimo numero di Bridge World, ho letto che…”.

 

Nell’ultimo numero di Bridge World – siamo a maggio 2010 – vado subito a leggere la rubrica “Cinquant’anni fa”; la storia mi piace. Nel match Inghilterra-Usa, alle Olimpiadi del 1960, Shenken aprì 1, l’inglese Shapiro intervenne con 2♣; Ogust aveva queste carte:

♠Vuoto AQJ52 K9872 ♣Q82.

Dichiarò 2NT, e la psichica seppellì il fit a picche degli inglesi. La cosa interessante è che questa psichica era “Uno stratagemma trito negli USA”, ma poco noto in Inghilterra – scrisse Alphonse Moyse, allora direttore della rivista.

 

Di ritorno nel 2010, ora sono sul Master Solvers’ Club, sulle soluzioni dei problemi pubblicati un mese fa.

Problema A: IMPs, tutti in zona. Noi, in Sud, abbiamo:

♠A107 K96543 8 ♣A97

South West North East

1♣ Pass
1 2 *Pass Pass

?

 

   

*Nel Bridge World Standard (BWS), il contro avrebbe mostrato tre carte di cuori.

La mia risposta, un mese fa, era stata 3: prende solo quattro voti. Il contro ne ha presi sedici. A dispetto del mediocre risultato, sono contento: Russell Eklebad spiega le buone ragioni di 3, e anche Jeff Rubens ha dichiarato come me (Jeff Rubens è l’attuale director of Bridge World; lui dovrebbe sapere bene come regolarsi: non venitemi a dire che il Direttore non ha avuto qualche soffiata sulle carte di Nord!).

 

A pagina tre c’è un lungo articolo di Bart Bramley sulla Bermuda Bowl del 2009. E’ in due parti: in questo numero fino alle semifinali; in giugno racconterà la finale Italia – Usa. Nel suo articolo, Bramley fa una digressione sulla scala dei Victory Points adottata vent’anni fa dalla WBF (World Bridge Federation): la trasformazione da imp a VP non è equilibrata. Lui contesta che “…Si ottiene un risultato migliore vincendo un match di venticinque imp e perdendone uno di cinque piuttosto che vincendone due di dieci. Come può questo essere giusto?”.

 

Un momento, prego: fatemi contare. Nel primo caso, +25 e -5, il risultato complessivo sarà 35-25 VP; nell’altro (due vittorie da dieci), il risultato sarà peggiore: 34-26. Questo non può essere giusto. Due vittorie da 10 dicono che la mia squadra è forte; una vittoria da 25 ed una sconfitta da -5 dicono che la mia squadra è forte solo con le schiappe.

 

Devo scrivere immediatamente a Josè Damiani, presidente della WBF, per segnalargli l’errore…oh, è gia qui! A pagina due c’è una lettera del Signor Damiani: è un pochino irritato perché, in un precedente numero di Bridge World, lui ha letto che…

***

Paolo Enrico Garrisi

11/09/201o

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