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Paolo Enrico Garrisi: Le origini del Bridge

Posted on 15 January 2012

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Bob van de Velde, storico del Bridge e giornalista, ha scritto in luglio 2011 un articolo sulla scoperta del belga Hans Secelle: lo Yeralash, un gioco russo simile al bridge e che potrebbe essere il collegamento tra il Whist e le prime forme di Bridge-Whist, era giocato in Austria prima del 1869; vale a dire molti anni prima dell’arrivo del Bridge-Whist in Inghilterra. L’articolo di Bob van de Velde è stato pubblicato nel bollettino di luglio della IBPA (International Bridge Press Association). Un mese dopo, BridgeTopics.com lo ha ripreso; in novembre è uscito anche nella settima edizione dell’Official Encyclopedia. Finalmente, Neapolitan Club lo ha pubblicato in Dicembre.

Quando l’articolo è apparso in BridgeTopics.com, ha suscitato alcuni commenti critici :

Philippe Bodard, uno storico, ha scritto l’11 agosto (il giorno dopo la pubblicazione): Che scherzo!!! Questo libro è conosciuto da più di dieci anni. Non puoi dire “lui (Hans Secelle) ha scoperto un opuscolo” che molti altri conoscono molto bene.

Lo stesso Bob van de Velde ha prontamente replicato: Io dubito che fossero in molti a sapere del fascicolo trovato da Hans Secelle. Il numero degli eletti addentro alle segrete cose dev’essere veramente limitato, dal momento che l’unica fonte di conoscenza è il breve articolo di Thierry Depaulis “Alle sorgenti del Bridge”, pubblicato nel numero di marzo-maggio 2003 da una rivista francese poco conosciuta: “Tangente Jeux” (p.8-9). L’autore è stato così gentile da informarmi giusto ora dell’esistenza di questo articolo, e mi ha detto di aver trovato il fascicolo nel 1997! Cionondimeno non lo ha menzionato in un articolo da lui scritto dopo, nello stesso anno, sulla storia del bridge (in inglese). E neanche era citato nella sesta edizione dell’Official Encyclopedia, pubblicata nel 2001, sebbene l’importante “Storia del Bridge” di Depaulis dallo stesso anno 1997 aveva attirato tutta l’attenzione che meritava.

Anche il compatriota e collega di Depaulis, Jean-Louis Counil, nel suo “La nascita del Bridge”, del 2004, non sembra aver familiarità con l’articolo da “La naissance du bridge”. E allora a che gioco giochiamo? Io credo che sia un brutto gioco quello degli storici del bridge, che non comunicano e non si coordinano meglio, e che mancano d’informarci delle loro scoperte nel modo appropriato! In ogni modo Hans Secelle lo ha fatto, e bene ha fatto.

Ma Jeans Louis Counil, l’altro storico citato da Bob, ha presto ribattuto: La cooperazione tra gli storici è buona! Abbiamo avuto molti scambi con Thierry Depaulis e Philippe Bodard (e non solo loro). Per esempio, ho mandato quante più informazioni ho potuto a Tim Bourke per la bibliografia in inglese che ha realizzato. Per quanto riguarda lo Jarolash/Vanderheid, basta dire solo che ce l’ho nella mia biblioteca personale. Questo dimostra che lo conosco!

E lo stesso Hans Secelle, l’autore della scoperta, naturalmente non poteva tenersi fuori. Piuttosto irritato, si rivolge a Bodard: Buonasera Philippe, io non ho consumato più di quattro anni di tempo che mi avanzava per scrivere “qualcosa sul bridge” e quindi chiedere a Bob – il cui aiuto è stato inestimabile in questi anni – di “fare uno scherzo” in internet. Forse, tu sei contrariato perché non ho citato l’articolo di Thierry Depaulis in Tangente Jeux. Il fatto è che non avevo mai sentito parlare di questa rivista, prima (Thierry, che mi è stato d’aiuto in diverse occasioni, me l’ha detto stamattina); fino ad oggi io ero convinto di aver scoperto la “dimostarazione a prova di bomba”. Tutto quello che ho fatto è stato di fare ricerche, analizzare le fonti a cui avevo accesso, e scrivere un libro sulla storia del bridge quanto meglio potessi.

E la replica di Secelle mette fine alle polemiche, per il momento.

Da questi commenti, il lettore ha già capito che il tempo ed il modo in cui la conoscenza è diffusa possono avere valore quanto la conoscenza stessa, e una nuova scoperta qualche volta non consiste di nuovi fatti ma di nuovi punti di vista su ciò che è già noto. Per una migliore comprensione di tutto questo, sarà utile una breve rassegna di quanto si sapeva fino alla scoperta di Secelle (che un gioco simile al Bridge era giocato a Vienna tredici anni prima di quando si riteneva fosse apparso in Inghilterra).

Si pensava, prima, che il Bridge fosse arrivato in Europa alla fine dell’800 dalla Russia, o dalla Turchia, o dall’Egitto, allora sotto la dominazione turca. La citazione più verosimile è in una lettera di un interprete italiano dell’ambasciata di Costantinopoli, Edoardo Graziani, che giocò a Bridge in agosto del 1873 a casa di un banchiere turco; la citazione è accurata, anche con i nomi dei giocatori.

La lettera di Graziani è del 1922, e fu pubblicata in quello stesso anno dal Daily Telegraph. Bob van de Velde ha riportato questa testimonianza nel bollettino n° 222 della IBPA (International Bridge Press Association) e, più tardi, nella quarta edizione dell’Official Encyclopedia (1984).

Un’altra citazione sul Bridge è nella lettera che il chirurgo James Paget scrisse nell’aprile del 1843 da Londra ad una sua amica a Yarmouth:

“Ho passato giovedì sera ai Loughs, e abbiamo esercitato le nostre menti nei giochi intellettuali di Bagatelle e Bridge per circa due ore…”.

“Loughs”, una parola scozzese per lago, oggi obsoleta ma allora usata anche in Inghilterra, potrebbe riferirsi al Paradise Park, costeggiato da Lough Road; ma più probabilmente si tratta di Finsbury Park, dove c’è anche un laghetto e che è vicino alla sua casa e all’ospedale dove lavorava. In ogni modo, il bridge di Paget è solo una parola su un gioco non necessariamente di carte (Bagatelle non lo è).

Oltretutto la lettera era indirizzata alla signorina Lydia North, che allora ancora viveva col padre, il reverendo Henry North: un “…Vecchio gentiluomo piuttosto severo…”. Dunque la signorina Lydia non era esattamente la persona con cui si parlerebbe di carte da gioco nell’Era Vittoriana.

Terza, in ordine di affidabilità, è la testimonianza del turco Metin Demirsar che attribuisce l’invenzione del gioco a soldati inglesi impegnati nella Guerra di Crimea (1853-1856), così come riferitogli nel 1991 dalla sua guida ad Istanbul.

Le tre fonti non sono in contraddizione: dei londinesi potevano essere abili in un gioco simile al Bridge nel 1843 (riferimento Paget); nel 1854 andarono a combattere in Crimea (riferimento Demirsar, per quello che vale), dove incontrarono altre culture – turchi, russi, italiani (rif. Graziani) – diffondendo la conoscenza del gioco. Quello che è difficile, però, è connettere questi riferimenti al fatto che già esistevano due giochi russi simili al bridge, il Vint e lo Yeralash; e il fatto che, a dispetto dell’esistenza di Vint e Yeralash, il nuovo gioco sembra non sia di origine russa.

La scoperta di Hans Secelle, infatti, non è lo Yeralash di per sé – era stato già citato da William Dalton nel 1910 – ma il fatto che nel 1869 questo gioco era già conosciuto e praticato a Vienna, e questo comporta un’ulteriore complicazione.

Quelli erano i tempi degli imperi austriaco e tedesco: quasi tutta l’Europa continentale tra Francia e Russia. È difficile supporre che a Vienna fosse praticato un gioco così popolare da essere pubblicato, mentre era sconosciuto a Berlino, Trieste, Budapest, Bucarest, Chisinau, Varsavia: completamente sconosciuto in ogni parte degli imperi centrali meno che a Vienna.

Un’ipotesi ragionevole potrebbe essere che nell’Europa centrale ci fossero diversi di questi giochi, con qualche differenza tra loro e con nomi differenti che dipendevano dalla nazione, o dalla regione, dove venivano praticati. Una di queste varianti può essere venuta in contatto col Vint o con lo Yeralash, grazie a commercianti o a corpi diplomatici o militari, nelle zone di confine tra est ed ovest: l’area danubiana da Vienna al Mar Nero.

Il nuovo gioco, nato da questo abbraccio, tornò nell’Europa occidentale col suo strano nome preso da qualche parte nel lungo viaggio. In seguito Biritch venne anglicizzato in Bridge: William Dalton notò che le due parole, pronunciate in fretta, hanno lo stesso suono.

Bisogna adesso esaminare più da vicino il riferimento Demirsar. Fu pubblicato nel 1992 nel New York Times da Alan Truscott e appare nell’Official Encyclopedia dal 1994 (quinta edizione); la storia ha più di una crepa.

Primo, è una storia di quarta mano: nata nel 1854, ha dovuto viaggiare molte volte da bocca ad orecchio, dal 1854 al 1991, per raggiungere la guida di Demirsar e finalmente Demirsar e Truscott.

Secondo: com’è successo che quei soldati diffusero il gioco dalla Crimea a Costantinopoli, attraverso il Mar Nero, ma non lo riportarono indietro in Inghilterra, dove rimase praticamente sconosciuto fino al 1880? Lo stesso Truscott si pose l’interrogativo, e dolorosamente spiegò: forse morirono a Balaklava. Terzo: una parte interessante di questo racconto è sul nome; nulla a che fare con Biritch – e tanti saluti ad altre affidabili fonti – ma originò dalla necessità di una coppia di attraversare il ponte di Galata sul Bosforo per raggiungere l’altra in un caffè. Può essere che sia tutto vero, ma questo si limita a spostare il mistero: allora come si chiamava, quel gioco, prima che i britannici lo battezzassero?

La storia di un ponte da attraversare per formare un tavolo è riportata anche da William Dalton, ottantacinque anni prima di Truscott, nel suo “Bridge and Auction Bridge” (1906); il libro tratta dell’Auction Bridge, la nuova forma nata in India nel 1904. Dalton scrisse di un ponte a Great Dalby, Leicestershire; essendo il ponte un po’ in rovina, essendo quindi pericoloso passarci, i giocatori usavano dire: “Grazie al cielo, domani il ponte tocca a voi” (o forse “Mannaggia, oggi il ponte tocca a noi!”). Questa storia è più verosimile perché identifica il nome precedente, appunto il Russian Whist, ma lo stesso Dalton non credeva a questa origine del nome; cionondimeno, accettava che a Great Dalby ci fossero giocatori di Russian Whist.

Un’altra origine del gioco in Europa, sempre secondo Dalton, sarebbe stata nella comunità greca di Manchester intorno agli anni settanta dell’ottocento. Ambedue le sue ipotesi hanno il pregio di collocare la culla in piccole comunità – Great Dalby, nonostante il suo nome, conta solo 400 abitanti – come dovrebbe essere per un gioco che doveva rimanere sconosciuto per almeno altri vent’anni.

Conclusione. La ricerca finora si era focalizzata in Turchia e nel medio oriente, e puntando ad identificare un nome piuttosto che un gioco. Dopo la scoperta che un gioco della famiglia del Whist e del Vint si giocava a Vienna prima del 1869, è tempo di allargare la visuale all’Europa occidentale per identificare i giochi, comunque fossero chiamati, che assomigliassero al Bridge primordiale. Forse Great Dalby vale un viaggio per chiedere come i loro antenati trascorrevano le fredde serate d’inverno.

 ***

Paolo Enrico Garrisi

15/01/2012

 

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