Laura C. Porro: Il mio viaggio a Ostenda

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Laura Cecilia PorroIl mio viaggio a Ostenda: luci e ombre. Amo i campionati europei open (EOC). L’atmosfera è unica: all’improvviso una città viene invasa da centinaia di giocatori di bridge. Camminando si vedono giocatori che si aggirano con i loro badge e le immancabili borse dei campionati, e li si sente parlare di picche e atout. In questi casi mi trovo sempre a pensare: vorrei che durasse per sempre. Vorrei che tutti i giocatori emigrassero in un certo luogo, e che vivessero tutti lì, parlando di carte ventiquattr’ore su ventiquattro. Ma inevitabilmente i campionati finiscono, si torna a casa; per molti la vita di tutti i giorni ricomincia e il bridge torna ad essere un hobby. E’ quindi giunto il momento di tirare le somme, facendo una lista di ciò che ha funzionato o no, e di iniziare a prepararsi per i prossimi EOC (Tromsø, Norvegia, 2015).

Cosa è andato bene? E’ stato bello avere l’opportunità di visitare il Belgio. Ostenda è una bella cittadina marittima, vicina al centro fiammingo di Bruges, patrimonio dell’UNESCO (chissà se qualche giocatore si è preso una pausa dal bridge per andare a vederlo!). Inoltre è sempre divertente giocare contro i campioni, che non si ha la possibilità di sfidare tutti i giorni.

Sfortunatamente, alcune cose non hanno funzionato. Il primo giorno, sabato 15, l’inizio della gara è stato ritardato di circa 30 minuti, e ne abbiamo persi altri 45 tra il primo e il secondo turno. Sembra che il programma non abbia riconosciuto cinque coppie, e questo ha impedito di calcolare il movimento correttamente. Questo è successo perché tutto lo staff è stato convocato a Ostenda più tardi rispetto ad altri campionati, e gli arbitri non hanno potuto testare il sistema. Le conseguenze sono state spiacevoli: abbiamo potuto giocare solo 40 mani su 50, e i punteggi sono stati parzialmente sbagliati fino a mezzanotte.

Piccoli inciampi organizzativi sono possibili, e gli organizzatori, consapevoli del malcontento dei giocatori, hanno deciso di rendere gratuiti i “side events” (quelli di lunedì 17 e martedì 18). Credo che questa sia stata una buona idea, e insieme a molti altri, ho apprezzato il gesto. Tuttavia, sono rimasta delusa dal fatto che questi tornei siano stati gestiti in maniera poco professionale. I cambi non venivano chiamati in tempo, ai giocatori era concesso alzarsi prima della fine del turno, e iniziare a giocare il turno successivo prima della fine di quello precedente. Inoltre, gli stampati con le mani non riportavano l’analisi a doppio morto, e un arbitro non sapeva che tipo di punteggio fosse in uso martedì 18 (sic!). Piccolezze, forse. Ciononostante, questi sono campionati europei, e anche se non c’è niente in palio in questi side events, dovrebbero essere gestiti nella maniera più professionale possibile.

Credo che questi problemi generino varie domande: Perché non c’erano premi in denaro in ogni categoria? Quanto è stato raccolto? A cosa è stato destinato? Perché sono stati introdotti i side events e perché non hanno avuto successo (ad esempio il 21 c’erano solo 3 tavoli e mezzo)?

I campionati di Ostenda sono stati un successo e sono certa che la stragrande maggioranza di coloro che hanno partecipato lì andranno anche a Tromsø. In bocca al lupo alla federazione norvegese, che si ritrova con il compito di organizzare una competizione complessa e di soddisfare l’aspettativa generale di una organizzazione perfetta.

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Laura Cecilia Porro

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