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John Carruthers: L’affaire Monaco

Posted on 07 August 2012

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Le organizzazioni bridgistiche, come la WBF, EBL e ACBL, fanno fatica ad affrontare il problema della nazionalità quando si tratta di verificare l’idoneità di un giocatore a prendere parte a campionati regionali o mondiali. Di recente la EBL ha inizialmente negato a Zimmermann e ai suoi giocatori di giocare per Monaco agli Europei. Successivamente è tornata sui suoi passi ed ha permesso loro di giocare. I nuovi monegaschi hanno risposto dominando gli Europei Open, qualificandosi così alla Bermuda Bowl 2013 (Bali). Negli anni, molti stranieri hanno giocato per gli Stati Uniti, e lo stesso si è verificato nel caso di altri Stati. Alcuni Paesi insistono che ci voglia la cittadinanza per essere idonei a rappresentarli ai mondiali, mentre altri si accontentano della residenza.

L’iniziativa di Monaco non è una novità. Trent’anni fa, Alberto Calvo ha ingaggiato Jeff Hand (Stati Uniti) e Drew Cannell (Canada). Li ha fatti trasferire a Panama per farli giocare per questo Paese. Questa squadra non ha avuto né il talento né il successo che la nuova Monaco ha avuto. Ancora prima, alla fine degli anni Sessanta, Ira Corn aveva cercato senza successo di convincere Sami Kehela a lasciare Toronto per unirsi ai Dallas Aces.

Altre organizzazioni sportive affrontano problemi simili. La differenza sta nel fatto che la maggior parte di queste organizzazioni ha criteri di idoneità più severi della WBF. Ad esempio l’IOC richiede che i rappresentanti di ogni Stato abbiano la cittadinanza e che lo dimostrino esibendo il passaporto. Nel caso si pensasse che questo sia un sistema migliore, è andata a finire che i Paesi alla ricerca di gloria olimpica offrissero passaporti ad atleti in grado di vincere. Nexus, la rivista della Facoltà di Legge dell’Università di Toronto (www.law.utoronto.ca) ha pubblicato un articolo forte su questo argomento nell’ultimo numero. In esso si citano casi di etiopi che gareggiano per il Bahrain e canadesi che giocano per l’Italia. Questi sono solo due esempi del cambiamento di significato della parola “cittadinanza” e del mercato di cittadinanze involontariamente creato dall’IOC e dalle Olimpiadi.

Forse è la FIFA ad avere i requisiti più stretti. Una volta che un giocatore ha rappresentato un Paese nella categoria Open non può mai rappresentarne un altro. Tuttavia la definizione di quale Paese un giocatore possa rappresentare è molto lassa – un nonno con la cittadinanza è sufficiente ad essere idoneo. Dato che i giocatori di calcio vivono dappertutto la residenza non è nemmeno presa in considerazione. In passato bisognava dichiarare per quale Paese si giocava anche negli under-17, invece ora si può giocare per un Paese nelle categorie con limite d’età e per un Paese diverso nell’Open.

Il bridge, però, è un caso speciale. Un giocatore potrebbe rappresentare il proprio Paese per settant’anni o più. Un giocatore di bridge può durare dalla pubertà alla terza età, al contrario dei giocatori di calcio che durano vent’anni solo in casi eccezionali. Sembra quindi piuttosto ragionevole che di questi tempi in cui è molto più facile spostarsi un giocatore possa rappresentare Paesi diversi in momenti diversi della sua vita. Sappiamo di una giocatrice di livello internazionale che è nata in Francia da genitori polacchi e tunisini, e ha poi vissuto in Canada, Stati Uniti, Inghilterra, Svizzera e Australia, rendendola così potenzialmente idonea a giocare per 8 diverse nazioni.

Zlatan Ibrahimovic gioca a calcio per la Svezia, Ajax Amsterdam, Juventus, Barcelona, AC Milan e Paris St. Germain e nessuno batte ciglio. Quindi perché Zimmermann-Multon, Helness-Helgemo e Fantoni-Nunes non dovrebbero giocare per Monaco o Romain Zaleski per l’Italia o Zia per gli Stati Uniti? Stanno semplicemente seguendo la loro carriera, o, come hanno fatto Glaser e Abramovich, il loro portafoglio.

***

John Carruthers

(Bollettino IBPA N. 571 – 04/08/2012 – Edizione italiana a cura di Laura Cecilia Porro per Neapolitan Club)

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